L'invito è quello di vivere un Natale più vero, meno appariscente ma profondamente umano
Il periodo natalizio, che celebra la nascita di nostro Signore Gesù, nasce come tempo di introspezione, raccoglimento e fede. Tuttavia, osserva il dott. Giuseppe Gallo psicologo clinico, oggi il Natale appare sempre più attraversato da profonde contraddizioni. Ciò che un tempo sarebbe stato impensabile è diventato normalità: le città sono invase da scenografie spettacolari, dominate dal bisogno di occupare spazi visivi più che di riempirli di significato interiore.
Assistiamo a una rincorsa continua alla meraviglia, agli effetti speciali, mentre i bisogni emotivi profondi restano inascoltati. Il silenzio, elemento essenziale per la riflessione e la consapevolezza, viene sistematicamente messo da parte. In questa cornice iperstimolante, diventa sempre più difficile, portare per mano la malinconia, quella dimensione emotiva che ci consente di scendere nei luoghi interiori dove vivono i ricordi, le perdite, le persone che hanno dato senso alla nostra esistenza.
Le luci natalizie, così pervasive, entrano spesso in contraddizione con il nostro lato ombra, concetto centrale nella psicologia junghiana: quella parte di noi che raccoglie impulsi, fragilità, aspetti non integrati della personalità (persona, anima e animus), e che trova espressione anche nei sogni. Dietro l’eccesso di stimoli si cela spesso un’assenza: manca l’attenzione autentica verso le persone e le famiglie fragili, talvolta mimetizzate dietro l’ostentazione del benessere.
Il Natale rischia così di trasformarsi in un parco tematico, una narrazione artificiale che non nasce da un’esperienza condivisa, ma da una messa in scena. Anche la politica, talvolta, utilizza questo tempo simbolico in modo strumentale, come richiamo identitario o elettorale, svuotandolo ulteriormente del suo significato profondo.
Un ritorno a simboli minimi ma potenti, capaci di parlare all’anima. Un Natale meno rumoroso e più spirituale, che non fugga la sofferenza e la nostalgia, ma le riconosca come parti strutturali della vita. Illuderci che il dolore sia solo un incidente di percorso significa negare la realtà emotiva dell’esistenza. Spingiamo alla felicità senza educare alla sconfitta, alla perdita, alla frustrazione.
In questo senso risuona la metafora evocata da Roberto Benigni nel suo monologo: “Dio come il mare”, che ci sostiene solo se smettiamo di opporre resistenza e ci lasciamo andare. Non è necessario apparire festosi a tutti i costi: forzare un’emozione che non sentiamo genera frammentazione interiore, non benessere.
L’invito finale del dott. Giuseppe Gallo è chiaro: ridare senso alle cose, costruire realtà anziché stupore, accogliere presenze e assenze come forme di dialogo con il nostro mondo emotivo autentico. Solo così possiamo tornare in armonia con una realtà che oggi rischia di essere soppiantata da ciò che viene raccontato, amplificato o travisato.
Un Natale più vero, forse meno appariscente, ma profondamente umano.