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Presentato al Liceo Classico Oriani il libro “La vita nel cerchio” di Angela Strippoli
Dalla sentenza di “non adatta per la scuola” al diploma oltre i cinquant'anni: l'autrice racconta il suo riscatto personale e una riflessione sull'educazione tra esclusione e inclusione



Ci sono fili che non si spezzano. Si tendono, si aggrovigliano, si nascondono sotto la pelle delle cose, ma continuano a tenere insieme passato e futuro, ferite e riscatto. “La vita nel cerchio” di Angela Strippoli è uno di quei fili: sottile solo in apparenza, resistente come la memoria, rosso come la passione che cuce insieme ciò che la scuola, un tempo, aveva provato a scucire.
 

Venerdì scorso, presso il Liceo Classico “Oriani”, si è tenuta la presentazione del volume, edito da SECOP, con la copertina firmata Michele Mancano. Un ritorno simbolico in un luogo deputato alla formazione, allo studio, alla parola scritta. Proprio lì dove, per una bambina degli anni Sessanta, la parola era stata negata, giudicata inadeguata, respinta con una sentenza che aveva il tono dell’irrevocabilità: “non adatta per la scuola”.
 

Angela era una bambina. E come molte bambine del suo tempo, soprattutto in un’Italia che si raccontava moderna e all’avanguardia ma restava profondamente gerarchica nelle aule e tra le mura domestiche, non aveva strumenti per opporsi. I genitori, cresciuti nel rispetto quasi sacrale dell’autorità scolastica, non misero in discussione il verdetto della maestra. Se l’insegnante lo diceva, doveva essere vero. Non c’era spazio per il dubbio, né per una contro-narrazione.
 

Eppure dentro quella bambina c’era già un seme. Un seme di poesia, di immaginazione, di linguaggio. Solo che non germogliava secondo le regole richieste. Non si adattava alla forma. Non rientrava nel perimetro del “cerchio” scolastico, quello in cui si doveva stare composti, allineati, adeguati.
 

Nelle pagine del libro, che alterna prosa e poesia in una commistione naturale e necessaria, questo scarto tra talento e giudizio si avverte come una vibrazione costante. Non un memoir lineare, ma un tessuto narrativo in cui il filo della memoria attraversa immagini, simboli, frammenti.
 

Il cuore che “sobbalzava ad un ritmo frenetico” e la paura che potesse “esplodere mandando in frantumi il mio corpo”, si legge, sono immagini che restituiscono l’angoscia di chi viene etichettato troppo presto.

E tuttavia, proprio in quella ferita, nasce il gesto rivoluzionario.
 

Angela prende un ago. Prende un filo. E comincia a scrivere cucendo. Se la scrittura le è stata sottratta come diritto, lei la recupera attraverso un altro codice. L’ago diventa penna. Il filo diventa inchiostro. Il tessuto diventa pagina.
 

“Un filo di seta rosso sulla spola imbastisce, cuce, scuce, rammenda, districa conflitti”, si legge in un altro passaggio. Il lessico del cucire si trasforma in lessico esistenziale. Imbastire è tentare. Scucire è correggere. Rammendare è guarire. Annodare è creare legami. Sciogliere nodi rivali è risolvere conflitti interiori.
 

La narrazione di Strippoli è attraversata da questo simbolismo costante: l’ago e il filo come strumenti di emancipazione. In un altro punto si parla di “decostruire la trama del pregiudizio”, di “ago e filo” come combinazione che restituisce forza e passione. Non è un caso che il pregiudizio sia descritto come trama: qualcosa di già tessuto, di strutturato, che va smontato punto dopo punto.
 

“La tua voce autoritaria è stata la mia inquietudine”, scrive rivolgendosi alla maestra. È un confronto diretto, senza astio ma con lucidità. La voce che tuona “NO! Non hai capacità” diventa manifesto di un limite imposto precocemente. Eppure, nella stessa pagina, riecheggia Dante: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”.
 

La citazione non è ornamentale. Anche se qualcuno ti esclude dal viaggio ufficiale, puoi sempre partire in un altro modo. “Viaggiai su barche di carta e mare d’inchiostro verso la terra delle mele proibite”, scrive.
 

Il titolo “La vita nel cerchio” si presta a molte letture. Il cerchio è la classe, con i banchi disposti in ordine. È il ricamo, che spesso si tende su un telaio circolare. È la ripetizione delle dinamiche di esclusione. Ma è anche il simbolo della completezza, del ritorno, del compimento.
 

In un passo particolarmente significativo si legge: “Si può essere poeti nel cerchio, sai?” È una domanda che diventa manifesto. Si può essere creativi dentro un sistema che tende a uniformare? Si può trovare voce anche quando si è collocati ai margini?
 

Angela Strippoli racconta un’infanzia segnata da privazioni non materiali, ma ideali. Il diritto all’istruzione, che oggi diamo per acquisito come l’aria, per lei non lo è stato. E non lo è ancora in molte parti del mondo. La sua storia, pur radicata nell’Italia degli anni Sessanta, assume una valenza universale.

L’Italia del boom economico, delle televisioni che entrano nelle case, delle città che si industrializzano, era moderna solo in superficie. Dentro le aule, soprattutto nei contesti più tradizionali, permaneva una rigidità che non contemplava l’errore come parte del processo di apprendimento, ma come marchio.

Essere “non adatta” significava essere un esempio negativo. Una dimostrazione di ciò che non si deve essere. Un monito per gli altri.

Il percorso di riscatto non è immediato. Non è lineare. Ma culmina in un dato che, durante la presentazione al Liceo Oriani, ha assunto un valore emblematico: il diploma conseguito oltre i cinquant’anni.

Questa è la prova provata che una sentenza pronunciata in un’aula elementare non è definitiva. Che la traiettoria di una vita può essere curva, può assumere percorsi tutt’altro che lineari, che ognuno nel proprio percorso ha i propri tempi.
 

“La vita nel cerchio” non è un libro contro la scuola. È un libro contro un certo modo di intendere la scuola. Contro l’idea che l’educazione sia selezione e non accompagnamento. Che l’errore sia colpa e non occasione. Che l’autorità non debba mai mettersi in discussione.

Durante l’incontro al Liceo Oriani, l’autrice ha dialogato con studenti che oggi vivono una scuola diversa, almeno formalmente più inclusiva. Ma il messaggio resta attuale. Perché l’etichetta può cambiare nome, ma il rischio di classificare troppo in fretta è sempre presente.

 

La forza del libro sta nella capacità di trasformare un’esperienza individuale in una riflessione collettiva, senza vittimismo né consapevolezza. C’è la capacità di guardare indietro senza rancore, ma senza rimozione.

La bambina “non adatta” è diventata una donna che scrive, che si racconta, che entra in un liceo per presentare il proprio libro. E il cerchio, in un certo senso, si chiude.
 

In un tempo in cui si parla molto di dispersione scolastica, di disagio, di inclusione, “La vita nel cerchio” offre una testimonianza preziosa. Ricorda che dietro ogni giudizio c’è una storia. Che dietro ogni voto c’è una persona. Che dietro ogni “non sei capace” può nascondersi un talento in attesa di trovare la propria forma.
 

Einstein diceva "Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido". Angela Strippoli non si è arresa a chi le aveva detto che era una scarsa arrampicatrice, ma ha trovato il suo mare in cui nuotare ed emergere, dimostrando che, quando qualcuno prova a chiuderti fuori dal cerchio, puoi sempre disegnarne uno nuovo, più ampio, più accogliente, dove la poesia non è mai un errore.



Stefano Procacci



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