Nel messaggio firmato dal sindaco De Benedittis il ricordo della Shoah diventa una lettura critica del presente, tra democrazia, guerre e nuove derive autoritarie
Il Comune di Corato sceglie un tono netto, politico e dichiaratamente attuale per il Giorno della Memoria. Nel manifesto ufficiale diffuso il 27 gennaio, l’amministrazione comunale lega il ricordo della Shoah non a una semplice celebrazione simbolica, ma a una riflessione diretta sul presente, trasformando la Memoria in uno strumento di lettura critica della realtà.
“Viviamo un tempo in cui la Memoria deve dare i suoi frutti”, si legge nelle prime righe del documento firmato dal sindaco Corrado Nicola De Benedittis. Un passaggio che chiarisce subito l’impostazione del messaggio: la memoria storica del Novecento, dei totalitarismi e delle persecuzioni, non serve solo a ricordare, ma a riconoscere i segnali delle nuove derive autoritarie.
Nel manifesto il riferimento all’attualità internazionale è esplicito. L’amministrazione parla di una democrazia occidentale “nel vicolo cieco del totalitarismo” e punta il dito contro quanto starebbe accadendo negli Stati Uniti. Secondo il testo, “squadre neonaziste, protette dal Presidente Trump, con vere e proprie esecuzioni a freddo ammazzano gente per strada”, contribuendo a diffondere “un clima di terrore tra la gente comune e di impunità per i violenti”.
Uno sguardo altrettanto duro è rivolto al conflitto in Medio Oriente. Nel manifesto si legge che “volgendo lo sguardo verso Gaza, ci fa capire come lì dove muore una bambina al gelo, nel fango, è in corso un genocidio”. Un passaggio che lega direttamente il senso della Memoria alla sofferenza dei civili nei conflitti contemporanei.
A fare da asse morale del documento è la citazione di Primo Levi: “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case… Meditate che questo è stato: vi comando queste parole”. Un richiamo diretto alla responsabilità individuale e collettiva, che invita a non vivere la Memoria come qualcosa di distante o astratto.
Ampio spazio è dedicato anche al tema delle garanzie costituzionali e al ruolo della magistratura. La Memoria, si legge, deve servire a “preservare la divisione dei poteri, il parlamentarismo e l’autonomia della Magistratura”, interrogandosi sulla forza delle istituzioni democratiche di fronte alle attuali derive antidemocratiche.
Il manifesto richiama esplicitamente l’Italia del 1938, quando “una Magistratura divisa e intimidita” non riuscì a fermare le leggi razziali e la deportazione verso Auschwitz. Da quella tragedia nacque, ricordano dal Comune, il Consiglio Superiore della Magistratura, pensato come “pilastro della democrazia costituzionale, a tutela della libertà e dei diritti delle persone”.
La chiusura del manifesto è affidata a un appello che parla direttamente al presente: “Questa nostra generazione possa essere di buona Memoria”, perché le derive autoritarie, si legge nel documento, “non hanno mai portato nulla di buono, se non aumentare il carico di sofferenza collettivo e individuale”.
E forse è proprio qui il punto. Non nella retorica delle celebrazioni, non nei minuti di silenzio rituali, ma nella capacità di riconoscere i segnali, oggi, quando si ripresentano. La Memoria, se non serve a disturbare le coscienze e a mettere in discussione il presente, rischia di diventare solo una data sul calendario. E a quel punto smette di essere memoria. Diventa, semplicemente, commemorazione.