Tradurre una parola è relativamente semplice. Tradurre ciò che quella parola porta con sé — un’immagine, una memoria, una cultura, talvolta un intero Paese — è un’altra cosa.
È in questo spazio che si muove il lavoro di Adriana Caterino, classe 1994, traduttrice letteraria coratina, docente di spagnolo e francese e studiosa delle letterature di area ispanofona.
Il suo percorso nasce all’Università del Salento, dove nel 2018 consegue la laurea in Lingue, Letterature e Culture straniere con un lavoro dedicato a Les chants de Maldoror di Isidore Ducasse. Nel 2021 arriva la specializzazione in traduzione letteraria con lode e una tesi sulla ricezione europea della letteratura ispanoamericana, incentrata su Adolfo Bioy Casares. Nel mezzo, due importanti esperienze in Spagna: dieci mesi alla Universidad Pablo de Olavide di Siviglia e successivamente un anno alla Universitat de les Illes Balears di Palma di Maiorca, approfondendo traduzione, letteratura, critica ed edizione dei testi.
Negli anni ha firmato le versioni italiane di opere come El abismo del hombre di Elí Urbina, Cautiverio di Miguel Ángel Galindo ed Este día nunca volverá di Carlos Colón Ruiz, affiancando alla traduzione anche scrittura critica, recensioni e collaborazioni culturali.
Ma chiamarla semplicemente traduttrice, racconta lei stessa, rischia di essere riduttivo.
«Ho cercato di creare una mia rete letteraria. Dopo il primo libro è arrivato il secondo, poi il terzo, poi altri progetti. Ho creato uno spazio in cui offro agli scrittori e agli artisti la possibilità di farsi conoscere qui».
Il lavoro, insomma, non comincia necessariamente davanti a una pagina da tradurre.
«Collaboro anche con associazioni messicane e con realtà che operano in ambito culturale e accademico. A me piace essere un ponte tra chi vive da una parte del mondo e ha qualcosa da raccontare e qualcuno che, dall’altra parte, magari non sa ancora di aver bisogno di quel messaggio».
Un ponte tra lingue, ma soprattutto tra culture.
E quando arriva un nuovo testo, Caterino prova inizialmente a spogliarsi proprio di tutto ciò che sa.
«Generalmente faccio prima una lettura completa, una lettura quasi vergine. Voglio capire che cosa mi arriva dal testo prima ancora di avere troppe informazioni».
Poi arriva una fase per lei imprescindibile.
«Per me bisogna prima di tutto stabilire una connessione umana con la persona che ha scritto».
Perché conoscere perfettamente lo spagnolo non basta. Ci sono espressioni che funzionano soltanto dentro una determinata cultura, parole apparentemente semplici dietro le quali si nascondono tradizioni, credenze o riferimenti storici.
«Quando so che un’espressione non avrebbe sul lettore italiano la stessa resa, posso decidere di lasciare il termine in spagnolo e utilizzare una nota di traduzione. In quel caso faccio una ricerca culturale e provo a spiegare ciò che c’è dietro quella parola».
Ed è proprio quella ricerca una delle parti che più la affascinano.
«Ci sono aspetti che io stessa non conosco e che devo approfondire. Parti cercando una parola e ti si apre un mondo».
Succede con termini messicani che rimandano a lingue indigene e tradizioni precolombiane, ma anche con parole apparentemente molto più immediate. In El abismo del hombre, per esempio, Caterino ha scelto di rendere lo spagnolo sueño in due modi diversi: prima “sonno”, inteso come consolazione e rifugio dalla sofferenza, poi “sogno”, associato invece alla libertà della dimensione onirica.
È lì che tradurre smette di significare cercare equivalenze e diventa interpretazione.
«Se taglio da una parte, devo cercare di compensare magari sul piano estetico. Soprattutto nella poesia».
E proprio la poesia resta uno dei territori privilegiati del suo lavoro.
«Secondo me la poesia contemporanea è un veicolo culturale potentissimo. Un romanzo richiede un percorso, devi conoscere i personaggi e sapere cosa è successo prima. Con una poesia è diverso. Puoi aprire il libro a una pagina qualsiasi, leggere e magari qualcosa ti resta. Forse non capisci tutto. Però ti rimane un’immagine».
Un rapporto con la poesia che emerge anche nei suoi scritti, dove Caterino contesta l’idea, sedimentata spesso già tra i banchi di scuola, di un testo poetico da ridurre a figure retoriche, analisi e nozioni. Per lei la poesia è prima di tutto qualcosa da vivere, capace di partire dalla quotidianità e toccare emozioni universali.
E la responsabilità del traduttore sta proprio nel provare a conservare quell’impatto.
«Sono molto perfezionista. Vorrei riuscire davvero a trasmettere tutto. Mi metto nei panni di chi ha scritto qualcosa e penso a come potrà essere percepito da una cultura molto distante dalla sua».
Il rapporto con gli autori diventa quindi decisivo.
«Ci sono autori che si affidano completamente. Dicono: “L’italiano lo conosci tu, io mi fido”. È come se uno scrittore ti consegnasse qualcosa di suo».
Altri, invece, seguono ogni passaggio.
«Ci sono persone con un approccio più rigido, più accademico, che vogliono sapere esattamente cosa è stato modificato e in che modo».
In entrambi i casi resta una domanda: come conservare l’identità di un testo quando cambia la lingua che lo contiene?
Caterino risponde con un esempio che riporta tutto molto vicino a casa.
«Il linguaggio poetico è universale. Puoi scrivere qualcosa sulla Puglia o sulla Murgia e farlo leggere a una persona che non sa cos’è la Murgia. Non avrà esattamente i tuoi riferimenti, però quella cosa può comunque entrare nel suo immaginario».
Ed è probabilmente questa la sintesi migliore del suo lavoro.
Non cancellare la distanza tra due mondi, ma renderla attraversabile.
Fare in modo che una voce nata dall’altra parte dell’oceano possa arrivare fino a un lettore italiano senza diventare un’altra voce.
Guardando al futuro, l’aspirazione resta quella di allargare sempre di più quella che definisce una vera e propria rete letteraria e umana, costruita negli anni attraverso libri, autori, traduzioni e incontri. «Il principio, in fondo, è questo: collegare le persone, collegare le emozioni, creare un contatto e fare in modo che la distanza geografica, e anche quella linguistica, non diventi mai un limite».
Poi c’è un progetto ancora embrionale, ma già ben presente: pubblicare qualcosa di proprio. Con una particolarità: partire dallo spagnolo. «Mi piacerebbe che la mia prima pubblicazione fosse all’estero, con una versione originale in spagnolo e solo successivamente una traduzione in italiano. Scrivere in spagnolo per me è quasi come indossare un mantello: non essendo la mia lingua madre, mi permette di sentirmi più protetta, più libera rispetto allo sguardo delle persone che fanno parte della mia quotidianità».
Sarebbe, in qualche modo, anche un percorso inverso rispetto a quello compiuto finora. Perché tradurre, nella sua visione, non significa semplicemente trasferire parole da una lingua all’altra, ma riscrivere un testo, offrirgli un’altra vita. Dopo anni trascorsi a “restituire” in italiano le parole degli altri, il passo successivo potrebbe essere quello di confrontarsi con le proprie, fino magari ad arrivare a un’edizione bilingue.
Senza abbandonare, però, le altre strade già intraprese: la ricerca, la critica letteraria, il mondo accademico e, più in generale, tutto ciò che ruota attorno alla letteratura. «Quello che vorrei è continuare a restare in questo campo, facendo crescere ciò che già faccio. Continuare a creare ponti». Ed è forse proprio questa l’immagine che meglio riassume il suo percorso: lingue diverse, luoghi lontani e persone che, attraverso la letteratura, finiscono per incontrarsi.
Senza abbandonare la strada maestra: tradurre, senza mai tradire.