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L'Amore al Tempo del "Rendimento": Perché Collezioniamo Fallimenti Relazionali in una Società Emotivamente Sterile
Approfondimento a cura di Gallo Giuseppe, psicologo



Viviamo in un’epoca straordinaria per l'efficienza. Con un clic ordiniamo la cena, con un semplice tocco investiamo in borsa e con uno scorrimento sullo schermo scegliamo il potenziale partner per la serata. Eppure, dietro questa facciata di assoluta comodità e connessione perenne, si nasconde uno dei grandi paradossi del nostro secolo: non siamo mai stati così analfabeti dal punto di vista emotivo e, di conseguenza, così incapaci di costruire legami duraturi. Come psicologo, incontro ogni giorno nel mio studio persone intrappolate nello stesso identico copione. Sono storie d'amore che nascono con l'intensità di un incendio doloso e si spengono nel giro di qualche settimana, lasciando dietro di sé un profondo senso di vuoto, frustrazione e inadeguatezza.

Questo fenomeno non risiede nei limiti dei singoli individui, ma nel terreno culturale in cui siamo immersi. Abbiamo applicato le leggi del mercato e del consumismo anche ai sentimenti, trasformando il partner in un prodotto che deve soddisfare i nostri bisogni immediatamente e senza mostrare difetti. Quando iniziano a emergere le prime fragilità, i traumi passati o semplicemente una giornata no, la tentazione collettiva è quella di restituire l'altro al mittente per cercare il modello successivo. Questo approccio elimina la tolleranza alla noia, all'attesa e al compromesso, portandoci a confondere la temporanea assenza di conflitti con la vera felicità.

Il nucleo di questo cortocircuito risiede nella carenza di regolazione emotiva, ovvero la capacità psicologica di accogliere, comprendere e gestire le emozioni intense senza farsi travolgere o anestetizzarsi. Di fronte alla paura del rifiuto o all'ansia dell'abbandono, le persone non sanno più come orientarsi. Si preferisce così sparire nel nulla attraverso il ghosting per evitare il peso di un confronto adulto, ci si rifugia in una finta iper-indipendenza gridando al mondo di non aver bisogno di nessuno, oppure si usano le relazioni come mero specchio per il proprio ego, esaurendo l'interesse non appena svanisce la novità. Quando non sappiamo regolare la nostra rabbia, la nostra paura o la nostra tristezza, l'altro smette di essere una persona da scoprire e diventa una minaccia da cui difendersi.

Questo panorama liquido e instabile ha un impatto diretto sulla salute mentale, alimentando un forte dismorfismo affettivo. Si vive nell'ossessione di dover essere partner perfetti e costantemente performanti, un'ansia da prestazione relazionale che genera un senso cronico di inadeguatezza. All'estremo opposto, il vuoto sociale spinge molti verso la dipendenza affettiva, accettando dinamiche tossiche o svalutanti pur di non affrontare lo spettro della solitudine. Il risultato finale è spesso l'alessitimia, quell'incapacità di riconoscere e verbalizzare i propri sentimenti che porta molti giovani adulti a descrivere la propria esistenza semplicemente come un grande spazio vuoto.

In questo scenario, tuttavia, è fondamentale fare una distinzione terapeutica cruciale: allontanarsi da una relazione non è sempre sinonimo di immaturità o di resa al consumismo sentimentale. Al contrario, quando un legame smette di essere un luogo di crescita e diventa una fonte di malessere cronico, l'abbandono consapevole è un atto di fondamentale salute psicologica e di rispetto verso se stessi. Riconoscere che non ci si trova più bene e scegliere di andare via non è un fallimento, ma una sana presa di posizione.
La vera linea di demarcazione tra l'infantilismo della società del "tutto e subito" e una scelta matura risiede nella trasparenza. La trasparenza è l'onestà intellettuale ed emotiva di comunicare i propri limiti, i propri mutamenti interni e la fine di un sentimento, dando all'altro la dignità di una spiegazione invece di fuggire nel silenzio. Saper dire "ho provato, ma in questo spazio non sto più bene ed è giusto per entrambi fermarsi" richiede una profonda maturità.

Per guarire dalla sterilità sociale dobbiamo quindi ripartire da questa duplice consapevolezza: accettare il rischio della vulnerabilità quando si decide di restare, e praticare la trasparenza quando si decide di andare. Iniziare a dire "ho paura" o saper comunicare la fine di un percorso senza ricorrere a sotterfugi sono i veri atti di ribellione contro una società anestetizzata. L'amore non è, e non sarà mai, un investimento a rischio zero, ma un cammino che richiede il coraggio dell'onestà, sia verso l'altro che verso se stessi.



Redazione



giuseppegallo psicologo approfondimento







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