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08:54:00
Oltre il buio della diagnosi: malattie neurodegenerative e lo stigma che schiaccia le famiglie
Del dott. Giuseppe Gallo



Quando la porta del mio studio si chiude e una famiglia prende posto sul divano dopo aver ricevuto una diagnosi di malattia neurodegenerativa — che si tratti di Alzheimer, Parkinson o di un’altra forma di demenza — la prima cosa che avverto non è soltanto il dolore per una salute che lentamente sfiorisce.
 
È l’ombra pesante e invisibile dello stigma.
 
Nel mio lavoro quotidiano adotto un approccio sistemico-relazionale: un modello che non osserva mai l’individuo come un’isola, ma come parte interconnessa di una rete di relazioni.
 
Quando un membro della famiglia si ammala di una patologia neurodegenerativa, non è soltanto il suo cervello a soffrire. È l’intero “sistema famiglia” a entrare in una crisi profonda.
 
La malattia non colpisce un singolo individuo: colpisce una dinamica.
 
 
La reazione immediata di molti nuclei familiari di fronte al decadimento cognitivo o motorio di una persona cara è spesso l’isolamento.
 
Sopraggiunge una particolare forma di vergogna, alimentata da uno stigma sociale ancora troppo radicato: la paura del giudizio altrui per i comportamenti considerati “inadeguati” o imprevedibili del malato, l’imbarazzo per la perdita di autonomia e il timore che il mondo esterno non riesca a comprendere.
 
Come psicologo, mi trovo costantemente ad affrontare questo cortocircuito.
 
La famiglia tende a chiudersi a riccio, interrompendo i rapporti con l’esterno proprio nel momento in cui avrebbe maggiormente bisogno di supporto.
 
Il carico assistenziale finisce così per ricadere interamente sui caregiver, spesso figli o coniugi, che rischiano di consumarsi nel silenzio, schiacciati tra il senso di colpa per la frustrazione che provano e l’esaurimento emotivo e fisico.
 
Dal punto di vista sistemico, la chiave per affrontare la sofferenza non consiste nel nascondere la patologia, ma nel ristrutturare le relazioni.
 
La malattia ridefinisce inevitabilmente i ruoli: il genitore diventa una persona da accudire, mentre il partner assume progressivamente il ruolo di assistente.
 
Quando questi passaggi non vengono riconosciuti ed elaborati, l’intero sistema familiare rischia di andare in tilt.
 
Superare lo stigma familiare significa innanzitutto intervenire su alcuni aspetti fondamentali.
 
È necessario parlare apertamente della patologia, sia all’interno sia all’esterno del nucleo familiare.
 
La malattia è una condizione medica. Non è una colpa e non deve diventare motivo di vergogna.
 
Bisogna evitare che un solo familiare si faccia carico dell’intera assistenza.
 
La cura deve diventare, per quanto possibile, un processo condiviso, costruito attraverso la collaborazione tra familiari, professionisti e servizi presenti sul territorio.
 
La rabbia, la stanchezza, la paura e la tristezza sono risposte umane e legittime.
 
Riconoscerle è il primo passo per evitare che si trasformino in un macigno capace di compromettere il benessere psicologico del caregiver e dell’intero nucleo familiare.
 
La divulgazione e la condivisione rappresentano strumenti terapeutici importanti per abbattere i muri dell’isolamento.
 
È con questo spirito che porto avanti quotidianamente il mio progetto di psicoeducazione sui social media attraverso la community di @gpe_psicologo.
 
Normalizzare la sofferenza, smontare i tabù legati alla salute mentale e neurologica e costruire una rete di sostegno sono i primi, fondamentali passi per restituire dignità alla persona malata e respiro alla sua famiglia.
 
La diagnosi cambia la vita, è vero.
 
Ma il modo in cui scegliamo di affrontarla insieme può fare tutta la differenza.


Redazione










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